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Università, quale futuro?

Ogni giorno, da mesi, le pagine di “Le Monde” parlano del futuro dell’Università francese. Ultimo un data la notizia dello scadente piazzamento degli atenei francesi nelle classifiche dell’Università di Shanghai. Di questo tipo di classifiche si può pensare un po’ quello che si vuole e generalmente in Italia vengono liquidate con generiche obiezioni sulla non confrontabilità dei sistemi e sul diritto allo studio (che chissà perché da noi sarebbe più garantito che altrove per tasse più modeste… ma poi affittare una stanza come fuorisede è peggio che fare un mutuo), ma scorrendone diverse, tra cui la celebre Thes, si vede che l’Europa retrocede e l’Italia è scomparsa dalle prime 200 posizioni. C’è veramente di che allarmarsi visto che una nazione che non investe nella formazione dei suoi giovani si allontana futuro. Si può discutere quanto si vuole se il sistema italiano sia comparabile o meno con quelli di altri Paesi, ma gli indicatori adottati dal Thes non lasciano scampo: % dei professori e ricercatori stranieri; numero di pubblicazioni e score nel peer review; citazioni etc. E non parlo solo della scienza dove questo fenomeno è più evidente perché ben misurabile in basi a pubblicazioni e impact factor, ma di tutto lo spettro accademico. Vero è che in Francia si parla molto del futuro dell’Università soprattutto perché c’è in cantiere un progetto di riforma che promette di dare molto più potere al presidente/rettore accentuandone il profile manageriale. Non si tratta certo della presa della Bastiglia, ma la riforma dovrebbe fornire qualche strumento in più per sfuggire ai trabocchetti della palude universitaria.
In Italia invece quando sui media si parla di Università, è per i bisticci sulle lauree honoris causa, o tra “caste” come a Genova, dove il presidente della Provincia e il Rettore Bignardi si rimbrottano a vicenda su chi è più nepotista. Non solo ci allontaniamo dal futuro, ma prendiamo anche la rincorsa…