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Climatoscettici alla prova del ghiaccio

Img_2412All’inizio ti sembra solo una massa accecante e piuttosto noiosa. Poi, con il passare dei giorni e il cambiare delle luci, ne scopri le mille sfumature di colore e le tessiture sempre diverse scolpite al vento. Quasi che l’aria, che qui arriva facilmente sopra i 30 nodi, si divertisse con le teorie dei frattali di Mendelbrot. Parlando poi con i ricercatori scopri che di ghiacci ne esistono di moltissimi tipi. Quello giovane, ancora pieno di sale ed elastico. Quello duro e rigido fatto solo di acqua dolce degli iceberg che dai giacciai della Groenlandia scendono verso l’Atlantico (su uno di questi andò a sbattere il Titanic nel 1912). E quello pluriennale, che ha ormai espulso tutto il sale che conteneva ed è più rigido e duro del cemento, spesso diversi metri e temuto anche da molti rompighiaccio.

Ma soprattutto, il ghiaccio dell’Antartide sembra essere al centro dei nuoi attacchi dei climatoscettici, che negano l’esistenza di un vero cambiamento climatico, e soprattutto di un contributo umano a questo fenomeno. Negli ultimi mesi a vantaggio degli scettici, almeno in Nord America, hanno giocato le rigide condizioni meteo e i giornalisti, forse alla ricerca di un nuovo taglio, talvolta ci mettono del loro come in questo pezzo più volte ripreso in rete. Il bello è che, pur citando scienziati di fama cone Josefino Comiso della Nasa, l’articolo dà l’impressione che la sostituzione del ghiaccio pluriennale con quello più giovane sia un segnale positivo.

Ma lo scetticismo nei confronti del cambiamento climatico non è solo un problema legato alla cronaca. Si discute molto nella comunità scientifica su cosa si debba intendere per "consenso" riguardo al cambiamento climatico descritto nei rapporti dell’Ipcc. Roger Pielke Sr. ha cercato di misurarlo con uno studio-sondaggio sottomesso per pubblicazione a Eos, la rivista dell’American Gophysical Union e successivamente a Nature Proceedings, ma rifiutato da entrambe le riviste.

Quello della "non unanimità" dei climatologi sul contributo antropogenico al riscaldamento globale è un tema ormai annoso, ma a più riprese sbandierato dai climatoscettici e che era già stato affrontato da Hans von Storch e Dennis Bray del GKSS Research Center di Geesthacht, in Germania, nel 1999 e nel 2003.

Intorno a questi studi ci sono state molte baruffe sulla metodologia, su chi sia titolato per definirsi climatologo e su cosa si intenda per consenso (che per definizione non è l’unanimità), ma forse il punto più interessante è quello sollevato da Joseph Romm qualche giorno fa su Salon.

Romm, che ha un PhD allo Scripps Institution of Oceanography sottolinea che non bisogna guardare guardare alle opinioni degli scienziati, come ha fatto recentemente Holman W. Jenkins Jr sul WSJ, ma ai dati. Fare informazione sul clima basata sull’evidenza, nella migliore tradizione di Copernico e Galileo.

E su questo fronte non manca materiale per mostrare cosa sta succedendo al ghiaccio dell’Artico, con ripercussioni a livello planetario.

Proprio poche settimane fa l’Università del Colorado ha mostrato che nella calotta artica il ghiaccio formato quest’anno sta ormai sostituendo quello pluriennale. Un cambiamento importante perché la calotta polare ha toccato il minimo storico di sempre – tre milioni di chilometri quadrati – nel 2007 mentre non era mai scesa sotto ai 7,5 milioni di km quadri prima del 2000.

La prevalenza di molto ghiaccio formatosi da meno di un anno che fa già temere a molti la scomparsa, già entro la prossia estate di tutto il ghiaccio e il trend è – anche per i non esperti, decisamente inquietante. Ignatius G. Rigor, della Washington University, ha sintetizzato in un’efficace presentazione video la variazione dei ghiacci tra il 1979 e il 2007 in base a misurazioni fisiche. In alto a sinistra scorrono gli anni, i puntini rossi sono le boe utilizzate per stimare i movimenti del ghiaccio. In bianco è rappresentato il ghiaccio pluriennale, e in diverse gradazioni di blu il ghiaccio di tre, due e un anno. Le masse circolano in maniera oraria per venire gradualmente scaricate verso l’Atlantico. Con il passare degli anni il ghiaccio pluriennale, la "riserva di freddo" del Polo, è sempre minore e il flusso di ghiacci giovani verso Sud aumenta, in un circolo vizioso che impedisce la formazione di massi consistenti e pluriennali che sisciolgono più difficilmente durante l’estate.

Forse quest’estate si va davvero al Polo in barca?

Nelle foto: le scogliere dell’Isola di Banks viste dal ponte dal golfo di Amundsen.