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Zampa Bianca – the making of

G02Oggi su Nòva parlo di "Quando è troppo facile rompere il ghiaccio" e racconto di quello che ho visto nelle due settimane a bordo dell’Amundsen, la nave scientifica rompighiaccio della Guardia Costiera Canadese che, cosa mai fatta a nessun Polo, sverna navigando tra i ghiacci invece di restare ferma e incagliata in un punto. Lo scopo era seguire la missione CFL sullo studio del clima.  Il pezzo è stato anche ripreso sulla home del Sole24Ore con tanto di gallery fotografica. Da quando sono tornato, esattamente una settimana fa, amici e colleghi mi tartassano però di domande su come ho fatto a imbarcarmi in un rompighiaccio sperduto in mezzo al mare di Beaufort e soprattutto come si (soprav)vive a quelle latitudini, oltre i 71° Nord.

Ecco allora una piccola gallery a mo’ di "making of" del  mio viaggio (le foto sono di Helmut Thomas, uno dei ricercatori che hanno sopportato domande e domande e ancora domande di Zampa Bianca…) e qualche risposta alle curiosità più frequenti.

Come ci sono arrivato: grazie all’inventivo e bravissimo Jean-Marc Fleury che con la World federation of science journalists ha organizzato un concorso mondiale mettendo in palio una dozzina di imbarchi. I sostengo che è stato un caso di serndipity, altri che ha contato di più il fondoschiena… comunque ho avuto il primo imbarco e in cambio di una connessione web ho raccontato anche in inglese quello che vedevo sul blog di CFL. Tra i premi che ho vinto è stato di gran lunga il più inaspettato e il più gratificante…

 

G05I trasporti: sono una delle parti critiche di queste latitudini. Andata e ritorno da Inuvik, il punto più a nord sulla costa canadese dove arrivano voli di linea (detto anche "la fine della strada" perché da lì effettivamente non ci sono più strade). Ci si sposta in elicottero e, per i tratti più lunghi, con i mitici Twin Otter di cui ha parlato anche Gianluca Salvatori in uno dei suoi post. Le "lontre volanti" sono dei veri animali da soma, semplici e robustissimi, capaci di atterrare in poche centinaia di metri di banchisa. L’importante è trovarla, perché quando si vola nella nebbia si perde decisamente la cognizione di alto e basso… Il problema è che fanno un rumore pazzesco… Notare il giornalista con i tappi nelle orecchie che fa finta di scrivere sul moleskine… Sono meno eccittanti, ma di gran lunga preferibili agli elicotteri, ancor più rumorosi e senza portanza.

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Imbarco e sbarco: quando il ghiaccio è solido e compatto vicino alla nave si scende in passerella (con strettoie anti-orso per non far salire a bordo qualche plantigrado troppo curioso. Altrimenti ti tocca "the cage", la gabbia come è successo a noi il primo giorno perché vicino allo scafo si erano formati diversi crepacci… Per salire non ci osno grandi problemi. quando si scende e la nave si sposta spinta dal vento, conviene invece correre appena il nostromo dà l’ok. Il rischio è di infilarsi in una fessura della banchisa e, se la corrente è forte, venir trascinati sotto. Una volta inzuppato d’acqua il piumino e riempiti gli stivali, ci vuole una gru per tirarti fuori. Insomma… bisogna stare attenti.

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Vestirsi: con temperature che oscillano tra i -25 e i -60 °C è la cosa più importante (insieme al mangiare). L’abbigliamento, è come quello da sci per i primi strati, niente cotone, uno termico traspirante sulla pelle, polar leggero e polar pesante, ma sono gli accorgimenti che fanno la differenza (il rischio è trovasri bruciature da freddo, spesso con danni permanenti a mani e piedi). Essenziali sono gorgiera per il collo, passamontagna,oppure cappello e maschera di neoprene per la parte inferiore della faccia e il naso. Sugli occhi quando c’è vento o troppo sole bisogna calarsi subito una maschera da sci. Quando chiudevo l’occhio sinistro per fotografare, le ciglia mi si incollavano insieme perché congelate. Il vantaggio di temperatiure così basse è che l’umidità del fiato non bagna, ma si trasforma subito in ghiaccioli sull’esterno della maschera o del passamontagna.
Pericolosissimo è sudare, perché si rischia la congestione. Ragion per cui si lavora lentamente e non si corre (a meno che non si stia morendo di freddo e ci si voglia scaldare… ma anche boxe e catch sono popolari sulla banchisa – non sfidate però uno di quelli dell’equipaggio…). Chi lavora vicino all’acqua o si avventura sul ghiaccio sottile deve obbligatoriamente indossare una tuta "mustang", praticamente una stagna in neoprene. Caldissima, e per certi versi comoda, ma sei praticamente chiuso in un sacchetto di plastica (i due ragazzi nella foto qui sotto la indossano).

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Ultimo dettaglio fondamentale sono guanti e sottoguanti (vitali se usate una macchina fotografica o strumenti che richiedono una certa percisione). Anche qui, il bello delle temperature così basse è che non senti freddo alle mani… Semplicemente smettono di funzionare e non senti più nulla. Quello è il segnale che devi fare una pausa e rimetterti le manopolone.
Infine il cappuccio. A Milano il collare di pelo è senz’altro roba da fighetti, ma lassù garantisce la sopravvivenza. I parka artici, inoltre hanno un seconso strato di pelo interno in modo che quando si chiude tutto, rimane solo un foro di dieci centimetri di diametro. Nessuna visibilità laterale, ma puoi stare anche con la faccia nel vento e non senti freddo grazie al microclima che si crea. A proposito, tutto il mio equipaggiamento imbarcato in Italia è rimasto per 10 giorni all’aeroporto e l’ho recuperato scendendo dalla nave. Ancora non smetto di ringraziare Joanne per il favoloso parka, gli stivali e le manopole.

Macchine fotografiche e videocamere: alcuni le "vestono" con coperture termiche, ma io le ho trovate solo costose e impaccianti, perciò su consiglioo del fotografo della spedizione, Doug Barber, mi sono portato diverse batteria di scorta. A seconda della temperatura e dell’uso ogni batteria dura per meno di un’ora. Poi la cambi e te la infili dentro i pantaloni, il più vicino possibile al corpo per scaldarla. Le prime volte fai dei bei salti… è come infilarsi un cubetto di ghiaccio nelle mutande…

 

Mangiare: va bene, lo confesso, sono ingrassato due chili, forse tre, in 15 giorni. E’ che quando sei lassù la "prova costume" ti sembra molto remota e dopo due-tre ore sul ghiaccio ti sembra di aver bruciato un sacco di calorie solo per mantenere la tua temperatira corporea e riscaldare l’aria che respiri… I pasti inoltre scandiscono la giornata. Alla fine dell’inverno la colazione avviene tra le 7.00 e le 8.00, prima che sorga il sole. Pranzo dalle 11.30 alle  12.30 e cena dalle 17.00 alle 18.00. Una sera sì e una no, dalle 21 alle 23 il bar è aperto e hai diritto a cinque drink (birre a 2 dollari, cocktail a 3). Se non te li scoli tutti e cinque sei una mammoletta…
La domenica, dalle 15.00 alle 15.30 si vende il vino, una bottiglia a testa, come si usa da secoli nella Royal Navy. Una volta in verità davano il grog, una mistura di acqua e rum, ma edesso puoi comprare californiani, toscani, francesi e sudamericani.

That’s all folk’s!

Beh… in verità no, c’è tutta la parte sulla convivenza a bordo e come gli imbarcarti per tutto il turno (sei settimane) resistono su una nave in mezzo ai ghiacci… ma per sentire quella dovete mettermi di fronte a una Molsen…