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Biotech italiano a corto di cervelli – qualche commento

Su “Il Sole24Ore” di ieri ho raccontato l’indagine del Biopolo sostenuta dal Comune di Milano sul capitale umano e i servisi tecnologici nel biotech a Milano (qui di seguito il testo ripostato), ma vale la pena aggiungere qualche approfindimento e una breve presentazione video di Leonardo Biondi che ha curato l’indagine.

Da oggi sono anche scaricabili i rapporti integrali sulla formazione e sui servizi tecnologici.

Da “Il Sole24Ore” del 7.4.2009.

Il biotech italiano ha fame di cervelli, ma le Università non riescono a formare i profili richiesti dalle imprese. È quanto emerge dal primo rapporto sul capitale umano e i servizi tecnologici nel biotech patrocinato dal Comune di Milano ed elaborato da Biopolo, il consorzio non profit Ifom-Ieo che ha svolto un’approfondita indagine su 80 imprese del settore. L’indagine mette a fuoco la situazione milanese, ma le conclusioni sono estendibili a tutto il biotech nazionale perché con oltre il 50% delle aziende della Percorsiforma
Penisola, la città della Madonnina è la capitale di questo settore che vanta 5,4 miliardi di Euro di fatturato (+ 24% nell’ultimo anno secondo Assobiotec) e in fortissima crescita a livello globale. “Milano ospita 4 atenei con 51 corsi di laurea dedicati al settore – osserva Leonardo Biondi, responsabile di Biopolo, che ha curato il rapporto – ma la nostra indagine evidenzia un giudizio deludente da parte delle aziende nei confronti del capitale umano e segnala la presenza di un allarmante collo di bottiglia per lo sviluppo di questa promettente industria”. In particolare, i giudizi sui diplomati triennali mostrano che  tre anni non bastano per formare i talenti richiesti dalle aziende, al punto che molte non li prendono in considerazione nemmeno per un colloquio. Tra le lacune più evidenti dei diplomati del triennio, ma anche dei laureati del quinquennio, la scarsa conoscenza dell’inglese e degli Donneumini
strumenti informatici, ma anche la difficoltà a presentare e discutere in pubblico un programma di lavoro, la scarsa intraprendenza nel proporsi. Carenze che di conseguenza spiegano la forte richiesta di dottorati che, avendo solitamente passato un periodo all’estero, hanno una formazione più completa. Difficile per le imprese italiane attirare giovani dall’estero (solo il 5% proviene dai Paesi europei) a causa di stipendi medi di circa 34 mila euro all’anno, contro i 40mila della media UE. Sul fronte dei servizi tecnologici, come le Flussi01
piattaforme di genomica e proteomica sempre più richieste dalle farmaceutiche, il rapporto (online da oggi su biopolo.it) registra un’ampia disponibilità di risorse, ma una carenza di certificazioni come Iso e Gmp che permetterebbero di meglio garantire la qualità in questo settore ad alto turnover.