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Il futuro del giornalismo scientifico

I media non si estingueranno, ma il giornalismo sicuramente è a una svolta. Di ritorno dalla Wcsj2009, la conferenza mondiale dei giornalisti scientifici, ho raccontato su "Nòva24-Il Sole24Ore" come vede il futuro chi scrive di scienza. Il tema, inevitabilmente, era trasversale a tante sessioni e molti contributi sono raccolti qui in uno dei blog della conferenza.

Scienza e tecnologia, a lungo considerati argomenti piuttosto marginali, forse proprio per colpa di come spesso se ne è scritto celebrandoli invece di esercitare una sana critica, sono oggi al centro delle più grandi "storie" giornalistiche.

Dal cambiamento climatico, al pericolo di pandemie che potrebbero diventare il colpo fatale per economie piegate dalla recessione, per non parlare delle riforme sanitarie che stanno prendendo piede in Usa  ma vedremo in tutto l'Occidente nei prossimi anni, o dell'affrancamento di molti Paesi africani da piaghe come malaria, Tbc e Aids che ne rallentano lo sviluppo.

I giornalisti scientifici, nello stesso modo, ma forse ancor più dei loro colleghi delle pagine generaliste, soffrono per un processo di disintermediazione prodotto non solo dai social media, ma anche da una sempre più attiva presenza dei ricercatori e delle grandi istituzioni scientifiche (con grandi budget di comunicazione…) di contenuti di ottimo livello prodotti da istituzioni scientifiche.

Come sempre, ciò che si riesce a mettere sulla carta è un distillato di molti materiali e fonti troppo che vale la pena segnalare. Il video che segue raccoglie una serie di interviste sui media tradizionali ed elettronici realizzate dai colleghi dell'associazione danese di giornalismo scientifico. Niente paura, è tutto sottotitolato in inglese…

Per gli addetti ai lavori, i dati completi sull'indagine sui 500 giornalisti scientifici citati in Nòva24 si possono trovare qui: http://tinyurl.com/c38kp6 . Il settimanale britannico propone anche un'intera sezione ad accesso libero nella quale raccoglie molti dei suoi articoli sul tema. Da leggere la feature "Supplanting the old media" dello scorso Marzo.

Da tenere d'occhio Framing science, il blog di Matthew C. Nisbet, ricercatore che intreccia scienza, media e politica all'american University.

Sul fronte del non-profit, che sta dando fortissimi risultati sul fornte della ricerca scientifica (una Bill&Melinda Gates Foundation per il giornalismo sembra però lontana ahimé…) ho parlato di Yale Environment 360 e Climate central lanciato dalla Princeton University con modelli che si ispirano apertamente al Center for Public integrity di Chuck Lewis. Si tratta di iniziative importanti e da segnalare perché alle sessioni della Wcsj è stato palpabile quanto i grandi filantropi (e sponsor della conferenza!) come Kavli e Lazaridis hanno scrollato le spalle e detto che, secondo loro, i media che si occupano di scienza vanno benissimo così come sono e che non penserebbero mai di finanziare qualcosa in questo campo…

John Rennie, ex direttore di Scientific American (il settimo in 155 anni di storia del giornale!) ha prodotto un podcast riprendendo i temi sui quali è intervenuto a Londra.

E per chiudere, un'intervista non strettamente sul giornalismo scientifico, ma su quella che è probabimente la scienza dei nuovi modelli di business con Robert Picard, autore tra l'altro di un articolo intitolato "Why journalists deserve low pay" – perché i giornalisti si meritano dei salari bassi (sic!), realizzata dal Christian Science Monitor che qualche mese fa ha tagliato la sua edizione cartacea.

E' un periodo d'oro per il giornalismo sostiene Picard, perché non si sono mai viste tanti "greenshoots", nuovi germogli e start-up. Ma soprattutto, sottolinea Picard, chi è specializzato o ha un taglio forte e ben identificabile (magari nella scienza, nell'ambiente e nella tecnologia?) ha più chance di emergere.