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Haiti, quando l’intervento umanitario deve ricostruire le persone

Su schermi e prime pagine si rincorrono le immagini di Haiti devastata. L'isola negli ultimi anni sembrava aver imboccato la strada dello sviluppo, e forse anche della riconciliazione interna di una società travagliata dalle violenze con cicatrici profonde, che risalivano a prima dell'indipendenza.

Il terremoto ha rigettato Haiti indietro di decenni per quanto riguardo lo svioluppo e le infrastrutture. Per Copertina01 quello che riguarda la mente e la coscienza degli haitiani dovremo aspettare, ma la distruzione rischia di essere altrettanto consistente. Oltre a soccorrere e aiutare, e sul come sono già scoppiate le prime polemiche, in questo frangente non si può non chiedersi che cosa sia l'intervento umanitario e che come debba essere pensato. Perché insieme a strade e città bisogna poensare prima di tutto a come ricostruire le persone.

In maniera non prevista, ma assolutamente tempestiva, Utet in questi giorni dà alle stampe "Humanising humanitarianism, limits and potential of the international community" curato dalla bravissima Marina Calloni di Bicocca, in collaborazione con Crimes of War.

Il testo, che comprende interventi di Laura Boldrini e Antonio Cassese, esce sia in italiano che in inglese e, lo dichiaro subito, vi ho contribuito anch'io con un capitolo: "Development and dialogue as engines of pacification and reconciliation" nella parte dedicata alla partecipazione e allo sviluppo umano.  Gli incontri e le ricerche alla base di questo lavoro, svolte in Italia e in Kenya, sono state possibili grazie a una borsa di studio dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia.Copertina4 

Qui di seguito una versione più estesa del mio intervento. Le foto appartengono a Vamik Volkan e al progetto Horn Relief di Fatima Jibrell, ritratti nelle prime due immagini.

Sviluppo e dialogo come
motori di pacificazione e riconciliazione. Dal Ruanda alla Somalia alcuni casi
di successo


Dopo un
conflitto, per fare la pace non ci sono formule scientifiche, ma una sola e
ambigua strada che passa attraverso la riconciliazione, ma anche lo sviluppo
economico e la negoziazione di accordi fino a pochi mesi prima considerati
impensabili. “Ogni volta la soluzione è diversa e la devono scoprire i nemici”
spiega Vamik Volkan, medico psichiatra e oggi a 76 anni, esperto di processi di
riconciliazione che per la Pitchstone Publishing ha recentemente pubblicato
“Killing In The Name Of Identity: A Study Of Bloody Conflicts”. Nato in
un’isola divisa, questo turco-cipriota ha fatto della riconciliazione tra i
popoli in conflitto un mestiere che negli ultimi 25 anni l’ha portato di volta
in volta nelle aree più calde del Pianeta, dalla Palestina, all’ex-Unione
Sovietica e all’Africa in Ruanda e Sud Africa e oggi si sta cimentando con la
sfida più complessa, lanciare un ponte il mondo musulmano e l’Occidente del
post 11 settembre.

Volkan ha vissuto sulla sua pelle le dinamiche che portano a
ignorare un genocidio e confessa che come turco, ha scoperto solo molto tardi,
praticamente da adulto qual’era la storia e la condizione degli Armeni nel suo
Paese. Ha perso il suo miglior amico, un turco cipriota di nome Errol, divenuto
come un fratello durante gli anni alla facoltà di medicina di Ankara, perché
transitava nella zona sbagliata dell’isola. Nella sua carriera Volkan ha fatto
dialogare grandi gruppi di moltissime terre ed etnie. Arabi e israeliani, russi
e baltici, serbi e croati e osservatoda vicino il processo di riappacificazione
tra Hutu e Tutsi in Ruanda, che oggi vive una nuova stagione di ripresa
economiva. All’inizio del 2008 Vamikvolkan Volkan settimana ha cominciato a mettere faccia
a faccia anche musulmani e occidentali per confrontarsi sulle radici e le
ferite della strage dell’11 settembre 2001. La sua è una missione iniziata
quasi per caso, quando era un giovane medico, ma che ogni anno, dal 2005, vale
a questo medico psicanalista di 75 anni una candidatura al Nobel per la pace in
virtù della sua opera pionieristica nello studio della psicologia dei grandi
gruppi applicata alla risoluzioni dei conflitti etnici. 

“Tutto è cominciato nel
1977, quando il presidente egiziano Sadat, in visita Gerusalemme, disse che il
70 percento delle difficoltà nel risolvere il conflitto arabo-israeliano erano
psicologiche” spiega Volkan, arrivato negli Usa a 24 anni e oggi naturalizzato
americano, non senza una certa ironia. La frase sibillina fu presa alla lettera
a Washington e l’idea che ci fosse bisogno di una psichiatria degli affari
internazionali piacque molto alla Casa Bianca, che però si accorse subito che
non esistevano specialisti di questo nuovo settore. “Nel 1979 fui praticamente
reclutato sul campo perché facevo parte dell’Associazione americana di
psichiatria – spiega Volkan, oggi professore emerito presso 0702jibrell l’Università della
Virgina – e inviato a Gerusalemme”. I fondi non mancavano, ma nonostante l’abbondante
letteratura accademica non c’erano praticamente precedenti su come sbrogliare
quella omplessa matassa che intrecciava politica, religione, storia e conflitti
locali. “Cominciai a studiare i rituali e i meccanismi che portavano alcuni
individui a diventare i portavoce e in qualche modo i leader di un gruppo,
identificando dei temi ricorrenti” spiega Volkan che continuò il lavoro fino al
1986 e lo considera ancora oggi uno dei suoi maggiori successi.

“Oggi può
sembrare incredibile, ma al momento, con arabi e israeliani eravamo molti
vicini a una svolta – spiega – ma il programma fu sospeso per questioni
politiche interne all’ambiente medico Usa”. A prima vista gli incontri
coordinati da Volkan assomigliano a una grande terapia di gruppo alla quale intervengono
parlamentari, leader politici e d’opinione, ma anche religiosi e rappresentanti
della società civile. Il modo di pensare di una comunità di persone è molto
diverso dalla sommatoria dei pensieri individuali. “Soprattutto quando vi sono
grandi tragedie che diventano parte integrante dell’identità di un popolo come
nel caso dell’Olocausto per il popolo ebraico – osserva Volkan – Oggi poi, in
Palestina, l’umiliazione è diventata così parte delle memoria pubblica che
l’identità individuale si perde”. Dopo l’esperienza mediorientale Volkan non
rimase disoccupato a lungo. “Con l’arrivo di Gorbachov, le tensioni interne
DG Bayla Busle3 dell’Urss diventarono il mio nuovo terreno di lavoro – spiega Volkan – e mi
trovai a dover spiegare ad armeni, azeri, estoni, georgiani e a moltissime
altri dirigenti sovietici nati e cresciuti come comunisti, che cosa fosse
un’etnia e che valori e conseguenze portava con sé, applicando ciò che avevo
imparato in Palestina”.

Il metodo Volkan è di fatto un non metodo perché il
ricercatore si limita ad analizzare, senza dire o cercare di indirizzare le
reazioni. Far dialogare delegati locali, membri della Duma e alti quadri dei
segreti si è rivelata un’impresa ostica. “Non basta mettere a un tavolo due
parti e dirgli di spiegare che cosa non sopportano dell’altro- osserva Volkan –
spesso ci vuole molto tempo per superare abbattere le barriere. Ricordo che a
un parlamentare estone ci vollero due anni prima che cominciasse a spiegare
veramente cosa non sopportava del dominio di Mosca”. Il processo fu silienzioso
ma portò i suoi frutti. Dopo sei anni dall’inizio degli incontri coordinati da
Volkan, estoni, lituani e lettoni si staccarono da Mosca in modo non cruento.
“I problemi non finirono lì, anzi presero una piega molto diversa in altre
regioni come Georgia e Cecenia, ma la situazione geopolitica era mutata e
vennero a mancare i fondi” osserva il medico che a Cipro ha vissuto sulla
propria pelle la cultura del conflitto etnico e ricorda come da bambino gli
venisse spiegato che ogni nodo della cintura di un prete greco-ortodosso
ricordava un bambino turco strangolato. Dal lavoro sul campo Volkan ha
distillato capacità di analisi che ha applicato a moltissimi conflitti etnici
analizzandone le radici, dalla pulizia etnica dei Balcani alle deportazioni di
massa compiute dai giapponesi nelle Filippine nel 1942 e i massacri del Rwanda,
fino agli attacchi dell’11 settembre, sempre alla ricerca delle radici
dell’odio. Un lavoro illustrato estensivamente nel suo “Killing in the name of
identity: a study of bloody conflicts
” (Pitchstone Publishing, 2006). Il
contributo dello psichiatra è ancor più apprezzabile dopo che le previsioni di
Francis Fukuyama sulla fine della storia si sono rivelate inattendibili. Di
fatto, sottolineano diversi esperti, i conflitti etinici sono il sintomo che,
sgombrato il campo dalle ideologie, il bagaglio identitario e storioco è
diventato ancora più ingombrante. Il prossimo e forse il più ambizioso dei
“grandi dialoghi” di questo instancabile mediatore è in corso dalla fine del
2007 in Turchia. Il “metodo Volkan”, anche se lo specialista rifiuta questo
termine, consiste nel riunire qualche decina di persone provenienti dai Paesi
islamici come Pakistan, Iran, Afghanistan, Arabia saudita, ma anche dall’India
per incontrare americani, israeliani, britannici e nordirlandesi per un
incontro ‘diagnostico’. La chiave è trovare le persone più influenti e
credibili, che portino veramente i problmi e le percezioni della propria
comunità, ma siano anche interessate a trovare una via d’uscita da quell’empasse
che è il post-conflitto. Anche qui una formula matematica non esiste, ma si
tratta solitamente di ex-senatori ed ambasciatori, ma anche leader di
organizzazioni islamiche, profili che hanno una significativa influenza e
conoscono bene il proprio Paese, ma non un ruolo politico attivo. Lo scopo è
farli parlare per capire come le stesse situazioni e gli stessi avvenimenti
vengono percepiti nel mondo islamico e occidentale, sempre più contrapposti.
“Non esiste un piano di lavoro già preconfezionato – spiega Volkan,
DG Ceelbuh33 sottolineando che tutto il programma è interamente finanziato da fondazioni
private – vogliamo che i partecipanti possano ascoltare le ragioni degli altri.
È un approccio bottom-up per arrivare a un programma di incontri regolari. Lo fanno
i leader del G8 che non sono in conflitto tra loro e trovo sia pazzesco che non
lo facciano i coloro che più si sentono minacciati gli uni dagli altri”.
Diverso è stato il percorso di Fatima Jibrell, figlia di pastori nomadi somali,
ma che ha fatto della riconciliazione e dello sviluppo locale la missione della
sua Ong, Horn Relief, con sede a Nairobi e negli Usa, con numerosi progetti nel
suo Paese natale. Nata nella regione di Sanang, Fatima, che oggi ha 59 anni è
cresciuta e ha studiato negli Usa, ma ha sviluppato in Somalia un metodo di
lavoro per la riconciliazione e lo sviluppo che oggi – qualsi 10 anni dopo – è
allo studio di Oxfam Canada per lo sviluppo di nuove linee guida destinate alle
Ong che lavorano nel continente. Un sistema efficace e semplice basato sulla
partecipazione e sulla delega alle popolazioni locali, ma anche su una forte
attenzione alla sostenibilità ambientale e all’impatto sull’ecosistema, un
fattore cruciale per tutte le popolazioni rurali. Un impegno che l’ha portata a
divenire direttrice del Resource Management Somali Network che raccoglie
moltissimi gruppi ecologisti africani e a venire insignita nel 2002 del Premio
Goldman
per la
conservazione ambientale. Il tema dell’ambienta può sembrare marginale in un
Paese dilaniata da un conflitto tribale che non accessa a calare d’intensità
come quello somalo, ma è in realtà centrale a uno sguardo più attento.

“Fino
agli anni ’80 il primo prodotto di esportazione della Somalia veniva
dall’allevamento – osserva Jibrell – ma dopo la caduta del governo la merce più
preziosa è divenuta il carbone di acacia, profumato e particamente privop di
fumo, talmente pregiato da poter incassare fino a 10 dollari al sacco in Arabia
Saudita per alimentare le pipe ad acqua”. Lo sfruttamento sempre più intensivo
di questo carbone, conosciuto come “l’oro nero” della Somalia fin
dall’antichità è ancora conteso pià del petrolio, ma si è rivelato una vera
calamità naturale per il terrotorio. Le acacie abbattute oggi per farne carbone
da pipa sono sempre più spesso piante dai 50 ai 500 ani di età, dei veri
capitali ecologici la cui scomparsa ha sconvolto l’ecosistema e l’economia
essenzialmente pastorale dell’interno DG Beyla75 della Somalia. “Niente più acacie
significa, inaridimento del terreno, minori piogge e riduzione dei pascoli –
osserva Jibrell – con il risultato che le comunità che vivono di pastorizia si
impoveriscono e indebitano”. Una situazione estremamente pericolosa perché
rende le popolazioni ricattabili e spinge molti a entrare nelle milizie dei
signori della guerra locali. Ancor prima della nascita di HornRelief, il primo
progetto di Jibrell è nato proprio grazie a una donazione canadese di 50mila
dollari vicino a Sanang, nel Nord della Somalia dove è originaria. “Erano
famiglie di pastori, spesso analfabeti e per la maggior parte donne e bambini
perché la maggior parte dei maschi adulti era al fronte o dispersa – racconta –
ma era la mia gente e decisi di chiedere a loro come spendere quei fondi”.

La
risposta fu immediata e concreta: spendere per case e animali, mantenendo la
monetizzazione al minimo. Un approccio in controtendenza a molte esperienze di
microcredito nel continente, ma che ha avuto il pregio di permettere a molte famiglie
di superare improvvise svalutazioni della moneta locale. I progetti di questo
genere si sono moltiplicati negli ultimi 15 anni e oggi Jibrell, che lavora
localmente, ma pensa in grande, si prepara a lanciare il progetto di un nuovo
porto sula costa nord vicino a Berbera. “Le infrastrutture sono uno sbocco
vitale – spiega – perché in questa zona non ci sono approdo attrezzato per
almeno 400 chilometri e un porto significa scambi  economici, lavoro e nuove opportunità per tutti, in una
parola un’exit-strategy concreata da un conflitto”. All’inizio del 2008 Horn
Relief aveva già raccolto la metà dei circa nove milioni di euro necessari per
il progetto, grazie anche agli stanziamenti per la ricostruzione del
post-tsunami del 2006 e guarda con attenzione ai diversi partenariati con Paesi
europei, tra cui sorattutto l’Italia, per avviare i cantieri. “Non si può
aspettare la pace per pensare allo sviluppo – sottolinea Jibrell – perché è
solo il rilancio di una microeconomia locale che può permettere la riappacificazione
e garantare l’autosufficienza delle comunità. Finché ci sarà povertà e
disoccupazione ci saranno uomini pronti a imbracciare il fucile, spesso per
mancanza di alternative”.