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Perché sui derivati di Stato il diritto di cronaca è carta straccia

Decine di miliardi di euro che sono parte della gestione economica della Repubblica italiana, rimangono impermeabili al lavoro di indagine dei giornalisti. Lo ha scritto, nero su bianco, il Consiglio di Stato con la sentenza dello scorso 12 agosto.

Diciamo subito che la sentenza mi riguarda direttamente in quanto giornalista perché all’origine c’è la richiesta che avevo indirizzato nel marzo del 2015 al Ministero dell’Economia e delle Finanze per conoscere 13 contratti derivati sul debito pubblico stipulati dallo stesso Mef, con Banca Imi S.p.A., Bank Of America, Barclays Bank PLC, BNP Paribas, Citibank N.A.-London, Credit Suisse International., Deutsche Bank AG, Dexia Crediop S.p.A., FMS Wertmanagement Anstalt Des, Goldman Sachs International, HSBC Bank PLC, ING Bank N.V., JP Morgan Securities PLC., Morgan Stanley and Co.Int.Plc, Nomura International PLC, Societe Generale, The Royal Bank of Scotland PLC, UBS Limited e Unicredit Bank AG.

La questione dei derivati di stato italiani, di cui hanno scritto tutte le testate nazionali di rilievo e molte internazionali è nota. Per tenere sotto controllo le oscillazioni del nostro debito pubblico e rientrare nei parametri di accesso alla moneta unica negli anni ’90 l’Italia ha stipulato diversi contratti derivati. Oggi alcuni sono stati chiusi, provocando non poche perdite alle casse italiane, mentre altri sono ancora in essere. Non se ne conoscono le clausole di rescissione, ma il timore di molti (e certamente alimentato dal silenzio del Mef sul tema) è che siano parecchio sfavorevoli per i nostri conti. Al tempo ero responsabile per l’economia di Wired e avevo lanciato un’inchiesta sul tema con diversi pezzi che si possono trovare qui, qui e accompagnata anche da #Openderivati, una petizione su Change che ha superato le 5mila adesioni. Il tema mi era sembrato di grande interesse pubblico visto che dal 2011 al 2014 le perdite causate da questi contratti hanno prodotto 16,95 miliardi di perdite per lo Stato italiano e se ne prospettano ancora per oltre 40 miliardi.

Queste cifre sarebbero già abbastanza impressionanti da sole, ma l’Italia ha anche un’altra peculiarità. Come hanno mostrato i colleghi di Bloomberg utilizzando i dati Eurostat, l’Italia ha il triste primato di perdite per derivati di stato nell’Eurozona (vedi grafico qui sotto). Per fare un esempio, i Paesi Bassi, secondi in classifica, perdono circa 2 miliardi di euro, otto volte meno di noi. Anzi, a dirla tutta, sui derivati l’Italia da sola perde più di tutta l’Eurozona messa insieme, mentre alcuni addirittura vedono una riduzione del debito.

Nella mia richiesta di accesso al Mef nella primavera del 2015 mi sono appellato alla legge 241/90 e non, come hanno scritto alcuni, alle nuove norme sulla trasparenza del decreto 97/2016 (al tempo quel testo non esisteva nemmeno come bozza), il cosiddetto Foia italiano che entrerà in vigore a fine dicembre 2016 e non è comunque valido per richieste precedenti.

Utilizzando l’istituto dell’accesso agli atti, ho argomentato che avevo un interesse qualificato e legittimo a conoscere i 13 contratti che chiedevo in quanto giornalista che conduceva un’inchiesta sul tema. Una richiesta che per questo non è parsa “esplorativa” né a me né a Ernesto Belisario, l’avvocato che tuttora mi assiste, e che in punta di diritto aveva tutti i presupposti per essere accolta.

Il Mef non ha mai risposto a questa mia prima richiesta, spiegando in seguito che il messaggio che avevo inviato per posta certificata era andato smarrito. Questa mancata risposta mi ha obbligato a presentare ricorso al Tar del Lazio il quale, lo scorso 24 novembre, oltre a rigettare la mia richiesta mi ha anche condannato al pagamento di 1.000 euro di spese legali del Mef (non a carico della testata, ma a me personalmente). Una sentenza che, come avevo scritto, aveva tutto il sapore di una sanzione a un giornalista che faceva il suo mestiere visto che il mio ricorso è stato provocato dalla mancata risposta del Mef.

A fine 2015, sempre assistito da Ernesto Belisario, ho perciò presentato l’appello al Consiglio di Stato che ha prodotto sentenza dello scorso 12 agosto.

Il Consiglio di Stato ha revocato il pagamento delle spese legali imposto dal Tar perché il mio ricorso è stato necessario di fronte alla mancata risposta del Ministero, ma ha confermato il diniego ad accedere ai 13 contratti che richiedevo e che, come già scritto, non sono coperti da nessun segreto di stato.

Leggere motivazioni addotte dalla quarta sezione giurisdizionale del Consiglio di Stato (presidente l’ex ministro della Funzione pubblica nel governo Monti, Filippo Patroni Griffi che tenne a battesimo il decreto 33 sull’accesso civico nel 2013),  è importante per capire come il più alto organo della nostra giustizia amministrativa interpreta non solo un tema estremamente d’attualità come la trasparenza, che lo scorso 25 maggio è stata oggetto della riforma Foia (che ha modificato proprio il decreto 33), ma anche la figura del giornalista, il cui ruolo è definito in primo luogo dal perimetro del diritto di cronaca.

In particolare, tre cose appaiono molto gravi e rischiano di limitare fortemente il ruolo dei giornalisti in Italia come hanno notato anche Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera e Bruno Tinti su Il Fatto Quotidiano:

1. Diritto di cronaca non significa diritto di accedere alle informazioni. La corte spiega che «occorre evitare ogni generalizzazione sul rapporto tra diritto d’accesso» agli atti e «libertà di informare». Perché «il diritto di accesso» non sarebbe «il presupposto necessario della libertà d’informare», ma sarebbe vero «l’esatto opposto: é il riconoscimento giuridico della libertà di informare che, in base alla concreta regolazione del diritto di accesso, diviene il presupposto di fatto affinché si realizzi la libertà d’informarsi». Inoltre, per i giudici non c’è un «un unico e globale diritto soggettivo di accesso agli atti e documenti in possesso dei pubblici poteri», ma «un insieme di diversificati sistemi di garanzia per la trasparenza», non attivabili «dalla mera curiosità del dato» ma sottoposti «alla rigorosa disamina della posizione legittimante del richiedente». Il giornalista deve cioè «dimostrare un proprio e personale interesse (non di terzi, non della collettività indifferenziata) a conoscere gli atti e i documenti richiesti». Interesse come l’essere parte di un procedimento amministrativo come una gara d’appalto o un concorso pubblico, o il doversi difendere in un giudizio. Il diritto di cronaca, invece, in sé non basta perché  «è presupposto fattuale del diritto ad esser informati, ma non è di per sé solo la posizione che legittima chi chiede l’accesso».

2. Normativa e giurisprudenza non valgono per i giornalisti.  La sentenza del 12 agosto fa a pugni con diversi punti già presenti nel diritto italiano. Come la sentenza n.39706 della Cassazione penale del 12 ottobre 2009 che dice: «L’accesso agli atti della Pa, infatti, è vietato solo se la legge impone un obbligo di segretezza; senza l’imposizione di un segreto ad hoc, invece, l’accesso è consentito, diversamente si impedirebbe l’attività di controllo sull’operato degli organi di governo». Nel caso dei contratti richiesti non è noto nessun obbligo di segretezza.
In altre occasioni i contratti sui derivati della pubblica amministrazione sono stati ottenuti proprio con una richiesta di accesso basata sulla legge 241/90 come la mia. È il caso del ricorso del giornalista di Bloomberg Lorenzo Totaro contro il Comune di Cassino al quale il Tar del Lazio, nel 2011 ha imposto di divulgare i contratti richiesti.
La sentenza del 12 agosto si scontra anche con quanto sancito dallo stesso Consiglio di Stato, vent’anni fa, che nella sentenza 570 del 1996 scriveva: «Una testata giornalistica ha titolo ad accedere ai documenti amministrativi, ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 241, per poterli successivamente pubblicare onde informare i propri lettori; in quanto il diritto di accesso si presenta come strumentale rispetto alla libertà di informazione, costituzionalmente riconosciuta agli organi di stampa, e occorre altresì riconoscere alla testata giornalistica una posizione qualificata e differenziata alla conoscenza degli atti non riservati della pubblica amministrazione, che possano interessare i propri lettori».

3. L’Europa è lontana. I giudici dribblano anche le considerazioni sulla normativa europea in fatto di accesso, che (con la direttiva 2003/98/CE) vuole indicare la strada per «una compiuta evoluzione verso una società dell’informazione e della conoscenza». Il Consiglio di Stato, infatti, spiega che la direttiva «comunque non esclude, nei ben noti e ovvi limiti di ragionevolezza e proporzionalità, regimi nazionali che possano delimitare l’accesso anche con riferimento alla titolarità di una posizione legittimante».

In breve, questa sentenza che a livello personale mi solleva dal pagare 1.000 euro è soprattutto un precedente pericoloso per tutto il mondo dell’informazione e, più in generale, il segnale che quella per la trasparenza è una battaglia ancora in corso in Italia nonostante Filippo Turati già nel 1908 avesse spiegato alla Camera dei Deputati che «Dove un superiore, pubblico interesse non imponga un segreto momentaneo, la casa dell’amministrazione dovrebbe essere di vetro».