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Trumpleaks e l’abbaglio delle luci rosse

Ieri Buzzfeed si è affrettato a pubblicare un dossier, a quanto risulta compilato da un ex-agente segreto britannico, sui rapporti tra Putin e il presidente eletto Trump. Da entrambe le parti dell’oceano l’attenzione dei titolisti si è concentrata sui comportamenti poco presidenziali attribuiti a Trump durante alcune sue visite a Mosca e in particolare su una sua attenzione piuttosto morbosa per un letto d’albergo nel quale avrebbero dormito Michelle e Barack Obama. Niente di quello che è nel dossier è confermato, ma la parte più inquietante per gli italiani snon ha nulla a che vedere con le luci rosse.

I passaggi più preoccupanti del dossier Trump sono infatti quelli relativi alle attività di vera e propria cyberguerra russa. Il documento, infatti, riporta come Putin sembra aver spinto per sviluppare una capacità di attacchi cyber individuando due livelli di obbiettivi. Il primo sono le istituzioni dei paesi del G7 e le loro banche centrali. Nonostante gli exploit durante la campagna presidenziale Usa, denunciati dai servizi americani e riconosciuti dallo stesso Trump, i russi non sembrano aver avuto molto successo su questo fronte. Gli obbiettivi di secondo livello e più vulnerabili, sui quali si sarebbero allora concentrati gli hacker di stato russi sono invece paesi minori alleati dell’Occidente come la Lituania e aziende straniere. E come se non bastasse, Mosca non sembra affatto intenzionata a tenere a freno le organizzazioni criminali di hacker che operano indisturbate a partire dal suolo russo.

Impossibile non accostare questo scenario alla cronaca italiana del caso Occhionero e alla rimozione del capo della Polizia postale per chiedersi quanto il nostro sistema paese sia più vulnerabile ad attacchi di questo tipo rispetto agli altri del G7.

C’è da sperare che il Nucleo per la sicurezza cibernetica (Nsc) guidato da Marco Carrai stia lavorando bene su questo fronte perché, sballottati tra referendum e voucher, forse non ci siamo accorti che siamo entrati in una nuova era. È quella “post-Stuxnet” come racconta molto bene Alex Gibney nel suo Zero Days. L’uso da parte di americani e israeliani del worm che ha distrutto le centrifughe del programma nucleare iraniano è stato, come sottolineano alcuni agenti dell’intelligence Usa, il segnale che le nuove armi di cyberguerra sono lecite per tutti gli stati. Pur di non farsi beccare….