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L’Italia in vantaggio sulla GB nella scommessa post-fossile?

Londra ha fatto del taglio della CO2 entro il 2020 la sua bandiera, ma ha la struttura industriale adatta per adattarsi a un mix nucleare-carbone pulito-rinnovabili? Secondo Catherine Mitchell, docente di politiche energetiche all'università di Exeter, mica tanto… Come spiega la studiosa in un bell'editoriale sul Guardian la Gran Bretagna si è mossa da tempo verso le liberalizzazioni che favoriscono i grandi gruppi con grandi investimenti e tecnologie importanti, con fortissime economie di scala ma, proprio per questo, poco flessibili. Per la CCS, la cattura e stoccaggio della CO2 delle centrali a combustibili fossili, ad esempio  non esiste ancora nessuna tecnologia adottabile su grande scala e quindi i grandi inquinatori continueranno a inquinare, semplicemente dichiarndosi CCS ready.
Ciò che ci vorrebbe per operare la transizione è invece un tessuto solido, ma flessibile di Pmi che affianchino la grande industria per favorire la penetrazione delle nuove tecnologie.

Proprio quello che invece abbiamo in Italia. Siamo dunque in vantaggio senza saperlo? Certamente resta molto da fare sulla cultura e sul discorso sull'energia. Nella Penisola ancora si dibatte su atomo sì-atomo no, mentre perfino per gli ambientalisti britannici più sfegatati, è chiaro che il nucleare è, almeno per i prossimi 20-40 anni parte del mix energetico quanto, e forse più, delle rinnovabili.