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Scorpacciata di giornalisti a Perugia

Volti noti e meno noti, voci altisonanti o decisamente ironiche. Perugia, dove avevo passato qualche giorno un paio di settimane fa per l'inchiesta sulle Città Illuminate di Nòva24-Il Sole24Ore, fino a domenica è piacevolmente presa in ostaggio dal Festival del Giornalismo.03042009088

La parte più entusiasmante, va detto subito, è il pubblico. Decisamente under 30 ma non solo, (come l'attempata signora che oggi ha chiesto ai Gianni Riotta quali erano i suoi piani come futuro neodirettore di quotidiano), ma sempre attento e curioso di quali sono i segreti del giornalismo. Che forse non si sente in gran forma ultimamente (e nemmeno i giornali e gli editori sembrano sentirsi tanto bene…), ma che solleva sempre un grande interesse. In quale altra città i ragazzi se ne stanno sotto la pioggia per ascoltare Peter Gomez e Marco Travaglio che parlano all'asciutto dentro a un teatro gremitissimo come mostrano le foto di questo post.03042009087

Il Festival è un'occasione unica e quasi non si vorrebbe che le tavole rotonde finissero. In quale altro posto ti puoi alzare dal caffé e andare a sentire il giovanissimo videomaker Benjamin Reece che racconta il suo approccio al videomaking: "quella tra old e new media non è una guerra ma ne dà tutte le sensazioni…" e si confronta con Cristina Tagliabue, Maria Luisa Agnese e Giuliano da Empoli su come cambiano i confini della professione.

E quando ti alzi da lì vai a sentirti Gianni Riotta e John Lloyd dell'FT che si confrontano su verità, notizie e conflitto di interesse. Un duo che evidenzia anche differenze di stile e contingenze italiane (per esempio quelle di avere un re innegabilmente nudo – aka un premier con conflitto di interesse, ma di dover  comunque fare i conti più con ciò che fa che con ciò che è se si vuole continuare a raccontare il Paese).

Un boccone e poi via prima di andarsi a sentire la bravissima Loretta Napoleoni, che non è una giornalista ma un'economista come quelli di cui c'è tanto bisogno negli ultimi tempi, così come Antonio Calafati dell'Università di Ancona. Entrambi non hanno risparmiato critiche al sistema dell'informazione che non ha saputo (non ha voluto?) porsi le domande che doveva sull'aumento illimitato dei livelli di rischio teorizzato e quindi praticato per anni nel sistema ipercapitalistico prima Usa e poi globale. Un'interessante retroscena di come questo sia avvenuto l'ha fornito John Byrne, direttore di Business Week Online che ha spiegato come non solo i giornalisti ma una parte di tutto il mondo finanziario abbia rinunciato a tentare di sviscerare il vero funzionamento di prodotti derivati sempre più complessi.

Punto interessante di riflessione quello della Napoleoni che ha sottolineato come tutti i Goverbni del G20 vogliano tagliare le ali ai paradisi fiscali offshore, ma nessuno si sia azzardato a toccare quelli sotto controllo islamico come Dubai e Malesia.

Per concludere, visto da Perugia, il giornalismo non sembra certamente a corto di fans o di lettori. Ciò che manca ancora, e in maniera sempre più bruciante, è un business model. "Quello vecchio è obsoleto, ma il nuovo non è ancora emerso" chiosava Vittorio Zambardino. Il prolema è che gli editori non sembrano veramente che pesci pigliare (ma forse nelle prossime edizione sarebbe opportuno averne qualcuno?), mentre sono ancora pochi quelli come il bravissimo Pierre haski,  vicedirettore di Libération e fondatore insieme ad altri 3 colleghi di Rue89.com (40% da pubblicità + donazioni e introito dallo sviluppo di siti web), ad aver azzeccato formule che sembrano in grado di dare una vera sostenibilità economica ai new-media e quindi garantire un'informazione veramente indipendente nel lungo periodo.

Domani c'è Seymour Hersh, Premio Pulitzer per la sua inchiesta di My Lai in Vietnam e mito assoluto dopo lo scoop di Abu Graib (qui di seguito impegnato in una discussione nel 2007, su giornalismo, Bush e Iraq). Chissà cosa dirà sulla grande Obama-sbronza di cui siamo tutti vittime.