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I veri costi del giornalismo investigativo

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La lunga inchiesta di Sheri Fink sulle eutanasie praticate quattro anni fa nel Memorial Medical Center di New Orleans durante l'uragano Katrina è bellissima e agghiacciante allo stesso tempo. La meticolosa indagine che è valsa la copertina del New York Times magazine lo scorso agosto ed anche disponibile sul sito di ProPublica è avvincente e tragica.

E' una ricostruzione unica e preziosa di come diversi pazienti, molti più di quanti finora si sapesse, hanno ricevuto iniezioni letali di medicinali perché rischiavano di non sopravvivere all'evacuazione dell'ospedale rimasto privo di elettricità e acqua potabile. Iniezioni che continuarono anche nelle ultime ore quando l'evacuazione era sicura e programmata e alle quali, svela Fink, parteciparono molti più medici di quanto avessero finora appurato le inchieste giudiziarie.

E' un pezzo di giornalismo difficile, e purtroppo raro, perché arriva a svelare un pezzo somodo di verità, non tutta (la stessa Fink avverte che non la conosceremo mai tutta), e che ha molto senso anche quattro anni dopo la tragedia. Ha senso perché viviamo in un mondo nel quale catastrofi naturali e attacchi terroristici porranno ancora i medici di fronte a queste scelte e un dibattito aperto sulle misure e i limiti da adottare in queste situazioni estreme è inevitabile.

Un pezzo di giornalismo importante, che alcuni dicono già meriti il Pulitzer. Insomma quello che un po' tutti i giornalisti sognano di scrivere.

Ma ecco la ferale domanda. Quanto è costata questa ricerca della verità durata anni e che in pagina occupa circa 13mila parole (70mila battute)?

400mila dollari, circa 270mila euro.

La cifra arriva da Gerry Marzorati, editor del NYT Magazine ha ammesso questa stima per il costo di produzione totale che comprende il lavoro fatto da Fink, ma anche quello di editors, factcheckers, fotografi e collaboratori.

Un lavoro che di fatto non sarebbe stato possibile senza il sostegno di ProPublica che coprodotto ha copublicato la storia e della Kaiser Family Foundation di cui Fink è stata borsista nel 2007 prima di passare a ProPublica.

Il conto è così salato da mandare una scarica di brividi giù per la schiena non solo degli editori, ma anche dei giornalisti che cercano di convincere i propri direttori ad affidargli lavori più investigativi a lungo termine.

Un conto troppo salato? Zachary M. Seward al Nieman Lab si è divertito a raccogliere qualche cifra per mettere questo piccolo capitale in prospettiva:

– L'ufficio del New York Times a Baghdad costa  tre milioni di dollari l'anno

– quello del  Washington Post circa 1 milione

– l'audit fatto dal "Miami Herald" alle elezioni del 2000 della Florida sono costate al giornale 850mila dollari

– Per  PolitiFact , il progetto che è valso a St. Petersburg Times un Pulizter e misura la veridicità della affermazioni dei politici si stima che il conto sia a sei cifre

Insomma, 400mila dollari sono veramemte tanti soldi per una sola inchiesta soprattutto se Marzorati ammette un costo di circa 49mila dollari per le copertine del Magazine.

Fink si è allora data alla bella vita a New Orleans?

Non proprio: ha incassato 43 mila dollari (soese comprese) dalla Kaiser più 150mila come stipendio lordo annuo da ProPublica altri 30mila di spese e altrettanti di consulenze legali. A questo sono da aggingere altri 3 mesi di lavoro fatti da Fink a proprie spese. E al quale va aggiunto il tempo dedicato da Marzoarti e dagli editors del NYTimes.

"La verità è che questo tipo di giornalismo investigativo costa davvero un sacco di soldi" ha osservato Marzorati, che di fatto non si sarebbe potuto permettere il servizio senza la rete di attori no profitche ha sostenuto Fink.

E' questa la nuova, e bizzarra, economia nella quale si muove il giornalismo investigativo?

Fare analisi di costi-benefici è dificile su questa materia. Di certo vale ricordare una frase spesso citata dal bravissimo Nick Davies nel suo "Flat Earth News": «If the press doesn't do this kind of work, who will?».